Lunedi 8 settembre 2008

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Greenpeace lancia l'allarme sullo stato di salute degli oceani

Anche uno “sversatoio” sterminato come il mare, usato dai criminali delle ecomafie per occultare i loro rifiuti, è arrivato al limite di saturazione. Non bastano le immense distese d’acqua che ricoprono il 70% della superficie del globo a riciclare i milioni e milioni di tonnellate di rifiuti di ogni sorta gettati a mare. Idrocarburi, scarichi industriali tossici, rifiuti radioattivi, unitamente a una pratica della pesca indiscriminata e all’alterazione climatica, concorrono a uccidere il mare.

Lo denuncia un rapporto dal titolo eloquente, “Oceani in pericolo”,  siglato da Greenpeace e World Watch Institute e condiviso anche dall’Onu.
Non ha certo giovato alla drammatica situazione degli oceani la decisione di quest’estate della Russia di annettersi le profondità dell’Artico per sfruttare al meglio le risorse minerarie. Decisione che ha stuzzicato le mire della Gran Bretagna in campo minerario: sua maestà infatti sta per porre sotto la sua sovranità milioni di chilometri quadrati di fondali dell’Antartico, per carpire dagli abissi petrolio, gas, minerali preziosi e diamanti.

La pesca a strascico, altra nemica dello stato di salute degli oceani, sarebbe giunta a livelli insopportabili: secondo la Fao sono state pescate nel 2005 158 milioni di tonnellate di pesce, troppe a fronte dei 22 milioni di tonnellate del 1950. Si aggiunga che la capacità degli oceani di assorbire i gas che provocano l’effetto serra si sta riducendo sempre più, provocando quelle alterazioni climatiche che devastano città e villaggi costieri, non c’è tempo da perdere. Per Greenpeace e World Watch Institute la capacità di rigenerarsi degli oceani non è infinita, e per questo hanno proposto una rete mondiale di aree marine protette non solo costiere ma anche in mare aperto, dove sia proibita qualsiasi attività  estrattiva, compresa la pesca.
 


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