Lussi e disagi della vita del marinaio di una volta
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Si provi a immaginare la vita del marinaio di una volta a bordo di uno scafo
in legno di otto metri senza frigo e wc. Ma anche senza tanti strumenti
tecnologici indispensabili alla navigazione sicura di oggi, come il gps per
esempio, il plotter cartografico che grazie al satellite e il pilota
automatico ti portano sul più remoto pontile.
Tra gli anni ‘50 e ‘60 la navigazione in mezzo a quella lingua di mare che
separa l’Italia dalla Dalmazia era piuttosto inusuale. Poche infatti le
imbarcazioni che solcavano l’Adriatico navigando a vista. Con i marinai
sempre attaccati alla bussola e intenti a scartabellare voluminose carte
nautiche. A bordo c’era sempre un esperto marinaio, di solito l’armatore,
che riconosceva gli anfratti più riposti della costa dalmata; e
continuamente, per districarsi nel nulla azzurro del mare, armeggiava di
continuo le due grandi bibbie cartonate: il Portolano dell’Adriatico e il
Fari e Fanali. Si procedeva lentamente, quasi sempre a vele, quindi di tempo
ce n’era per preparare al meglio agli approdi o agli ancoraggi a rodolo o a
cima a terra con inevitabile tuffo per agganciare la cima a una roccia o a
un albero.
Nella delicata operazione di ormeggio l’occhio esperto del marinaio
sostituiva egregiamente il moderno ecoscandaglio per sondare la natura del
fondale. E se i naviganti di una volta non si potevano permettere il lusso
di una birra fredda, per converso, non avevano il moderno problema del
traffico all’ormeggio.
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