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Come uno scrigno ricoperto di fanghiglia e corallo il relitto della nave
mercantile “Umbria”, affondata a Porto Suad il 10 giugno 1940 (giorno
dell’entrata in guerra dell’Italia), conserva ceramiche varie recanti lo
stemma dei Savoia.
Ma al di là delle stoviglie griffate Richard Ginori, rinvenute da una
recente spedizione subacquea fatta tra gli altri da Luca Sonnino Sorosio, fa
da sfondo una storia collocabile sul crinale del coraggio e della furbizia
tipicamente italica. La nave di costruzione tedesca, varata nel 1923,
apparteneva alla compagnia unificata Lloyd Sabaudo e la Cosulich. Per il suo
ultimo viaggio l’”Umbria” era partita da Genova il 28 maggio del 1940 con 77
membri d’equipaggio, 360mila bombe, 60 casse di detonatori, spezzoni
incendiari, migliaia di tonnellate di cemento, automobili (Balilla in
particolare), side-car, e vino in quantità industriali. Con la prua rivolta
ai porti di Massaua e Assab, per rifornire gli italiani dell’Africa
orientale, la nave impiegò ben tre giorni solo per attraversare il canale di
Suez. Gli inglesi rallentarono volutamente la rotta dell’”Umbria”, perché
volevano essere ben sicuri, prima di impadronirsi di tutte quelle munizioni,
della partecipazione dell’Italia al conflitto. Il 6 giugno infatti la nave
mercantile viene intercettata dalla nave “Grimsby” della Royal Naby, e
condotta, per un controllo, il 9 giugno a largo di Port Suden sul Wingate
Reef.
Dall’incrociatore neozelandese “Leander” trasbordarono sull’”Umbria” un
tenente di vascello, Mr Stevens e 22 uomini armati di tutto punto. Il giorno
successivo, il 10 giugno, il comandante dell’”Umbria” Lorenzo Muiesan, dalla
sua radio privata apprendeva la notizia della dichiarazione di guerra
dell’Italia. Per prima cosa il comandante diede disposizione al suo
cameriere di bruciare tutti i documenti compromettenti, poi chiamò il primo
ufficiale Rodolfo Zarli e gli disse che la guerra era scoppiata e che
bisognava affondare la nave. Agli inglesi sulla nave italiana gli fu data a
bere da Zarli la versione di una normale esercitazione di salvataggio. E a
dare una mano all’affondamento dell’”Umbria”, secondo la versione fornita
dallo stesso Zarli, sarebbero state le bottiglie di vino a bordo, ampiamente
apprezzate da inglesi e neozelandesi.
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