Domenica 5 febbraio 2012

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Emigrazione, celebrata la sofferenza dei marinai


Venerdì scorso, presso il Vittoriano di Roma, è stato aperto al pubblico il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana promosso dal Ministero degli Affari Esteri con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

“La decisione di dedicare a meno di due anni dal 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) un luogo dove approfondire la storia, l’attualità e il futuro dell’essere e del sentirsi italiani è quantomeno opportuna” afferma il Presidente dell’Ipsema, Antonio Parlato. L’Istituto di Previdenza per il Settore Marittimo partecipa come Prestatore all’iniziativa attraverso l’esposizione di documenti storici a testimonianza del contributo dato dai marinai che accompagnavano nel doloroso viaggio verso mete straniere i migranti che lasciavano il proprio paese considerato avaro di prospettive di vita.
“L’Istituto – ha dichiarato Parlato – ha voluto essere presente e desidero ringraziare il Sottosegratario Mantica per l’opportunità concessa all’Ipsema, perché accanto alla sofferenza e al disagio degli emigranti si deve tener presente anche quella dei marinai. Marinai che accompagnavano anche a costo della vita il triste viaggio degli emigranti. Negli anni in questione abbiamo notizia di una ventina di naufragi che hanno causato la morte di almeno duemila marinai”.

L’Ipsema è nato dai sindacati marittimi sorti all’inizio del novecento, trasformatisi in seguito nelle Casse Marittime, scioltesi successivamente, nel 1994, con la riforma sanitaria. Ma la tutela della navigazione risale a periodi ancor più lontani. Il contributo che l’Istituto ha portato in dote al Museo dell’Emigrazione è quindi una ricostruzione della tutela che lo Stato Italiano ha riservato ai marinai, stretti compagni di viaggio dei connazionali costretti ad emigrare.

“A ben guardare – ha concluso Parlato – nelle migliaia di pagine dedicate al fenomeno migratorio, i tratti del marinaio, di colui che materialmente consentiva a tanti sventurati il passaggio dal Vecchio al Nuovo Continente e che con essi condivideva le dure condizioni di viaggio, appaiono eccessivamente sfumati, incorporei. Eppure lavoravano, senza alcuna tutela legale, da sedici a diciotto ore giornaliere e le navi su cui erano imbarcati non erano certo l’archetipo della sicurezza e del comfort, erano quasi una galera. A bordo regnavano la discordia, il timore, l’odio, la camorra sui viveri. Erano tutti schiavi e si combattevano a vicenda, ma per tutti il comune dolore, per tutti il comune servaggio e al termine dei lunghissimi quanto inumani viaggi attraverso l’oceano, i marinai portavano a casa appena quanto occorreva per tirare a campare sino all’imbarco successivo. Sempre se si portava a casa la vita e non la si perdeva insieme agli emigranti nei naufragi di imbarcazioni fatte partire in condizioni precarie da armatori senza scrupoli, i quali si servivano per lo più di navi ormai in fase di disarmo e soltanto adattate alla navigazione tra oceanica”.
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