La pazienza della Commissione europea sui ritardi dei porti del Sud sembra agli sgoccioli secondo Jean Trestour, capo unità della Direzione generale Tren (trasporti ed energia), intervenuto il mese scorso a un convegno a Gijon organizzato dalla Conferenza delle regioni marittime europee.
L’indulgenza dell’Europa durerà al massimo altri due anni, scaduti i quali agirà «con atti di imperio», per colmare il gap crescente tra i porti del Nord Europa e quelli del Sud. I freddi numeri dicono di una situazione drammatica per i porti mediterranei: nei 9 porti maggiori transita appena il 20% del traffico diretto in Europa. Trestour punta il dito contro le lobby del trasporto terrestre e l’organizzazione del lavoro: non è possibile che a «Valenzia, per scaricare la stessa quantità di container, siano impiegate 300 persone, mentre in un porto del Nord ne bastano appena 24».
Ma anche da un punto di vista tecnologico i ritardi nei confronti dei porti asiatici sono pesanti. I sistemi di radionavigazione, l’integrazione dei dati fra i porti di diversi paesi adottati dai porti di Singapore e di Shanghai sono solo un sogno per i porti europei. Con il tema della carenza di infrastrutture ferroviarie tra terra e mare Trestour ha aperto il suo intervento al convegno citando il “Caso Italia”, lasciando intendere come il nostro paese si sia sempre speso a favore del trasporto su gomma, a scapito di quello su ferro. Trestour ha toccato anche il tema scottante della portualità sostenibile, attestandosi sulle posizioni di chi intende dialogare con chi protesta contro le opere di ammodernamento. E per l’Europa i porti europei, per superare le difficoltà, dovrebbero seguire la strada di una netta divisione al loro interno, tra il traffico merci e il traffico passeggeri: «l’ideale sarebbe dirottare verso le periferie i contenitori e lasciare ai centri urbani navi da crociera e taghetti». Per la Commissione, invece, la ricetta è quella di invertire la tendenza dei porti a guardare verso il mare e girare lo sguardo verso la terra.